Ho un libro in testa

Categoria: Non avere paura dei libri

La nuova puntata di Non avere paura dei libri.
Ognuno di noi è diventato un lettore appassionato grazie a chi ha saputo trasmettere la magnifica passione. Christian Mascheroni, scrittore e autore televisivo, ci fa entrare nella sua famiglia, tra ricordi, emozioni, figure straordinarie che fanno innamorare (ancora di più) dei libri.
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Christian sarà con noi ogni quindici giorni. Buona lettura!

 

NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Ventesima puntata L’amore che non indossava maschere


 


“Elaboravo per Shosha una teoria secondo la quale la storia del mondo era un libro che l’uomo poteva leggere solo andando avanti. Non poteva mai girare all’indietro le pagine del suo libro del mondo. Ma tutto ciò che era stato continuava ad esistere.”

(Da Shosha di Isaac Bashevis Singer.)

 

Non c’era una sola volta che mia madre riuscisse a disegnare un cuore che non avesse una bocca e due occhi, con lunghe ciglia ed un’espressione buffa o un dente che sbucasse dalle labbra gigantesche.

Non c’era una sola volta che il cuore non avesse braccia aperte che sembravano più rami secchi stilizzati e gambe storte disegnate con colpi di penna biro.

E tutte le volte il cuore parlava in rima, per ricordare quanto fosse divertente ridere di un amore che spesso non concedeva risate.

A San Valentino l’amore di Eva e Gino – la coppia di giovani amanti capaci di guardarsi ancora negli occhi dopo le ferite del tempo- veniva celebrato da biglietti disegnati e ritagliati a mano che avrebbero acceso di fuoco le guance della ragazzina dai capelli rossi di Charlie Brown.

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NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Diciannovesima puntata Vene come lame sul ghiaccio

 

 

“Esito ad apporre il nome, il bel nome grave di tristezza su questo sentimento, del quale la noia, la dolcezza mi ossessionano. È un sentimento così completo, così egoista che io quasi me ne vergogno mentre la tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non conoscevo lei, ma la noia, il rimpianto, e più raramente i rimorsi. Oggi, qualcosa si ripiega su me come una seta, snervante e dolce, e mi separa dagli altri.”

(Da Bonjour Tristesse di Françoise Sagan)

 

Eravamo le parole scritte e bruciate nella notte di Capodanno.

Così ci piaceva pensare, all’inizio di una nuova era. L’anno non poteva incominciare se non dai buoni propositi e da promesse da mantenere, che scrivevamo su un foglio di carta e che poi, dopo la mezzanotte di San Silvestro, bruciavamo fino al midollo. Lo facevamo in terrazza, così da poter soffiare sulla cenere e spargerla nell’aria, affinché le nostre parole arrivassero a sorvolare i tetti, a spegnersi nei mari della luna o, semplicemente, a diventare semi pronti a dischiudersi giorno per giorno. I nostri propositi erano segreti. Io non conoscevo quelli di mia madre, lei non conosceva i miei. Non dovevano essere speranze che qualcuno avrebbe potuto accendere per noi, ma azioni per ribellarci a tutto quello che non eravamo riusciti a fare nei mesi precedenti per pigrizia, apatia, o mancanza di coraggio. Chissà quali erano le promesse di mia madre. Leggi di più..

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NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Diciottesima puntata: Il nostro Danubio era sempre blu

 

Era eccitante entrare in casa, al buio. La porta che divideva l’anticamera dal soggiorno era a vetri; lasciava intravedere i bagliori delle candele accese e del presepe illuminato. Mio padre ed io, animati da un mistero infantile e puro, chiedevamo, attraverso la porta, il permesso di entrare. Mia madre –la viennese che aveva, il giorno della vigilia di Natale, le chiavi del nostro conforto- ci faceva accomodare in salotto dopo aver caricato il carillon a molla a forma di campana. Quando la musica di Stille Nacht iniziava, Gino ed io ci avvicinavamo all’albero di Natale. Eva accendeva con i suoi piccoli lanciafiamme i bastoncini che sprigionavano stelle infuocate e si consumavano velocemente. A canto intonato, gli occhi di mia madre luccicavano; non un bagliore annacquato, ma un esplosione di lampi, che si raccoglievano dentro uno spazio intimo, protetto. In quello spazio, per la durata di Stille Nacht o di Oh Tannenbaum, fino a che i nostri bastoncini si sbriciolavano fino all’ultima scintilla, noi ritrovavamo la vista, come nel racconto di Charles Dickens Il grillo nel focolare. Vedevamo, al di là delle persone che eravamo tutti i giorni, la madre, il padre ed il figlio che erano legati da un affetto che spesso era accecato dalle convinzioni di conoscerci attraverso le debolezze, i difetti, le disattenzioni. Ed invece eravamo capaci di ascoltare il canto del Grillo, di trascinarci nelle danze ed evocare la musica vivace del nostro consensuale perdono. C’erano sempre giocattoli rotti, tuttavia, che non potevano essere riparati, ma in quell’occasione eravamo convinti che avremmo aggiustato tutto, perché eravamo unici ed univoci. Anche scartare i regali era un modo per chiedere perdono, anche quando non c’era nulla da perdonare. Quando avevo nove anni, comprai a mia madre un cuoricino d’argento laccato di rosso. Avevo solo cinquemila lire e mi mancavano cinquecento lire per comprarlo, ma il gioielliere mi aveva preso una scatolina e mi aveva impacchettato il pendente dicendomi che avrei dato i rimanenti soldi quando sarei diventato ciò che sognavo di diventare. Forse allora volevo solo restare bambino, o diventare un bambino speciale, eppure comprare il cuoricino mi era sembrato uno di quei gesti che solo mio padre era capace di fare. Ero in grado di far felice mia madre e di pensare a lei. Quando guardo quel piccolo gioiello, ancora oggi, penso a quella notte di Natale, così vivida di ricordi, la prima che annotai sul mio diario, al quale scrissi chi ero. Mi sembrava giusto raccontargli che ero nato un batuffolo di carne, che a tre anni ero un monello e tiravo i capelli a mia madre, e che facevo pipì ovunque. Avevo anche annotato di aver ricevuto, come regali, un flipper, il Diario di Anna Frank, Robinson Crusoe di Daniel Defoe, un mangianastri e una cassetta del gruppo musicale Rondò Veneziano, che mia madre ed io adoravamo. Ricordo appassionatamente anche il Natale dei miei tredici anni. Mi regalarono molti libri, fra i quali Il sole malato di Enzo Biagi, un saggio sul tema dell’AIDS. Era un libro di cui avevo parlato con la mia insegnante di italiano delle medie. Ero fortunato: sia lei che i miei genitori non avevano paura dei libri, non avevano paura di darmi consapevolezza di un mondo che avrei potuto non capire. Se da una parte crescevo, dentro, dall’altro il Natale era un giorno per preservare la mia infanzia, guardando cartoni animati (Il flauto a sei puffi, Charlie Brown e Asterix segnavano il perimetro del mio regno di bambino eterno) e scrivendo racconti a mano, con la mia penna che aveva come cappuccio un Babbo Natale sorridente e bonario. Potevo desiderare un peluche a quattordici anni così come un’enciclopedia. Impazzivo per le macchinine e per i giocattoli, ma un quaderno e delle matite erano le mie chiavi per accedere alla libertà dei grandi. A dodici anni, quando mi regalarono il mio primo computer, mi buttai a terra e urlai per la felicità. In questo assomigliavo ad Eva, la viennese che strappava, stracciava, riduceva a coriandoli la carta regalo per la curiosità di vedere cosa le avevamo regalato; che ballava con i nostri gatti lanciandoci addosso fili d’argento, e che si appallottolava, vicino al telefono di casa, per aspettare gli auguri di sua madre, che spesso non arrivavano. Per fortuna ci pensava mia zia Suki Yuki, che oltre agli auguri ci inviava pacchi contenenti miriadi di regali, cioccolatini, alberelli di marzapane, oggetti che si rompevano subito, ma che facevano allegria per la loro inutilità, libri in tedesco, cartoline, calzini di ogni misura, giocattoli infiammabili e tossici, ma inevitabilmente divertenti, come macchinine telecomandate, pupazzi dalla faccia buffa e stramberie varie. Lei era la mia Mister Magorium in gonnella.

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NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Diciassettesima puntata: Stille Nacht

 

Eravamo capaci di scioglierci come neve quando si parlava del Natale.

Eva, la viennese che spalancava le finestrelle del calendario dell’avvento come fossero finestre sul mondo che le piaceva osservare.

Gino, “il moro di Appiano Gentile” che lasciava impronte di gigante buono sulle strade bianche.

Ed io, che l’attesa del Natale l’ha sempre vissuta con l’indescrivibile stupore di un bambino di fronte al contatto di un fiocco di neve sulla punta della lingua.

Sarà che eravamo tre bambini nei giorni che precedevano la vigilia, tre piccole pesti che si scatenavano per difendere il baluardo della magia delle feste dagli attacchi della vita reale. Non permettevamo a nessuno, incluso ognuno di noi, di rovinare il gusto della celebrazione di un giorno che ci vedeva uniti più che mai, tanto che Charles Dickens e Louise May Alcott avrebbero potuto cederci le loro penne a patto di smetterla di incarnare lo spirito del Natale in maniera così snervantemente fiabesca. Eravamo capaci di cariare i denti a chiunque quando parlavamo di come avremmo passato il Natale, perché ogni nostro entusiasmo verso le nostre tradizioni -da ottemperare in modo ligio e senza margine di insuccesso- era ricoperto da strati di zucchero e caramello a prova di morso. Per dirla tutta, eravamo stucchevoli ed insaziabili di aspettative di fronte alla possibilità di celebrare un momento così maledettamente bello. La dice lunga il fatto che, se incominciava a nevicare qualche giorno prima di Natale, mia madre ed io correvamo in cortile bardati con guanti dai colori fluorescenti e cappelli da derisione sicura –lei indossava berretti di lana fatti a mano di una bruttezza ineguagliabile ed io un colbacco con finta coda di procione alla David Crockett. Saltavamo verso il cielo spalancando gli occhi oltre alle nostre possibilità anatomiche e afferrando i fiocchi di neve che ingurgitavamo come se piovessero caramelle. Eva, la viennese che perdeva il controllo di se stessa di fronte ad un’emozione infantile, emetteva suoni di una lingua che probabilmente poteva appartenere ad una popolazione primitiva ed io le premevo la sciarpa –anch’essa fatta a mano e quindi aberrante per abbinamento cromatico di fili e intrecci- contro quella bocca incapace di starsene in silenzio. Se poi la neve attecchiva e ricopriva il nostro mondo di un manto spesso e pannoso, era la fine della nostra dignità, che andava irrimediabilmente persa.

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Oggi si parla di Possessione di Antonia S. Byatt, di Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse, dei Tiromancino e soprattutto di un uomo speciale. La nuova puntata di Non avere paura dei libri.
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NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Sedicesima puntata. Gino, per tutta la vita

 

“Un giorno mi alzo: i grandi spiriti giocano con la neve bianca; fanno atterrare aerei carichi di panna e farina. Ecco una voce prima dell’addio dei fiori, poi la voce della morte.”


Pensieri, 1982, scritto a sette anni, in seconda elementare.

 

I libri non mi avevano preparato agli addii e per giorni pensai che mi avessero mentito, che mi avessero ingannato su cosa si prova quando qualcuno viene a mancare. Ero pronto a stracciare ogni pagina che mi avesse nascosto la verità sul dolore e a bruciare quelle parole, così maledettamente ben orchestrate, che certi scrittori mi avevano propinato per anni. Eppure, ancora una volta, furono i libri a tenermi per mano quando incominciai perdere il segno. E a Dicembre capii che non si trattava più solo di perdere il segno o non capire una frase, ma che avrei dovuto ricominciare a leggere la vita da capo.

I libri non mi avevano insegnato a leggere i segnali, né ad accettarli. Quando mio padre, alla fine dell’Estate fu ricoverato in ospedale per febbre alta, sia io che mia madre –la viennese che, da quasi un anno, aveva negato alle bottiglie di nascondersi dentro i suoi armadi- ci ritrovammo, una sera, a leggere fino a notte tardi, dopo aver provato a parlarci, ma inutilmente. Non era mai accaduto di vedere Gino, il nostro eroe che fino ad allora aveva sconfitto lingue di fuoco e salvato vite umane con il coraggio di un prode Cuor di Leone, sdraiato in un letto che non fosse quello di casa, con gli occhi del colore della carta di un vecchio libro dimenticato. Gli avevamo portato dei giornali e un libro, Un mese con Montalbano di Andrea Camilleri, che mio padre aveva incominciato a leggere prima che io partissi per il mare. Ricordo che era fiero di sé, come lettore, perché si era sempre posto, come domanda, se mai sarebbe riuscito a leggere alcuni libri, o se, al contrario, non fosse abbastanza bravo per cogliere la bellezza di quei libri che lui reputava scritti per persone più colte di lui. Ma era semplice modestia, perché Gino era un lettore che amava il piacere delle storie ben raccontate, e che non si fermava di fronte all’incomprensione. D’altro canto, non aveva sposato forse un’austriaca senza aver mai imparato il tedesco? Fu quindi contento di poter riprendere la lettura del libro di Camilleri, che mi confessò essere una prova, di quelle piacevoli, per sfrondare la sua ignoranza. Era un uomo modesto, mio padre. L’unica cosa che ignorava era la sua conoscenza infinita degli uomini e della parola, che in lui, necessariamente, passavano dal cuore. Quella sera, dunque, con il pensiero di papà in ospedale da solo, immerso nei respiri flebili di altre persone ricoverate, Eva ed io ingannammo il tempo guardando un paio di film alla televisione e poi ci tuffammo nelle letture. Io stavo finendo Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay del premio Pulitzer Michael Chabon e contemporaneamente stavo leggendo Narciso e Boccadoro di Herman Hesse. Da una parte pensai che avrei voluto indossare un costume da supereroe, essere come l’escapista del romanzo di Chabon, un personaggio da fumetto, invincibile, capace di superare qualsiasi avversità in poche righe. D’altra, immerso nel respiro di del libro di Hesse che per anni avevo visto fra le mani di amici e passeggeri del treno senza mai propormi ad esso come suo lettore, mi stavo convincendo che dovevo chiedere a mia madre quello stesso patto che sussisteva fra Narciso e Boccadoro. Sole e luna dovevano incontrarsi ed imparare, in fretta, a rispettare e vedere nell’altro ciò che egli è. Dovevamo essere completi per riunirci con mio padre.

Una richiesta tacita e dolorosa che non ebbe risposta. Eva si staccò da me, prese a migrare dentro di sé, tornò vagabonda, si perse.

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NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Quindicesima puntata. Eva, pagina di bambina

 

 

Quando avevo circa sei anni e saltare dalla terra sulla luna era solo questione di uno sguardo verso il cielo, Jimmy Fontana cantava la sigla di un telefilm che mia madre ed io adoravamo, La donna bionica. La canzone faceva: da bambini giocavamo con la fantasia/sorvolando a braccia aperte immense praterie/poi scendevo a battermi per liberare te/finché una sera non volasti più con me.

Non avevo mai pensato che la sigla di uno dei momenti di consumata serenità fra madre e figlio poteva celare l’essenza stessa del nostro rapporto. Un adulto ed un bambino che si scambiavano i ruoli per gioco, fino a quando la fantasia non bastava più a compensare la realtà ed io ero costretto a rimanere adulto per salvare Eva –la bambina che precipitava dalla luna alla terra dentro il collo di una bottiglia.

Quando accadeva che mia madre smetteva di volare ed io diventavo paracadute con le mie piccole braccia, non solo ci scambiavamo i ruoli, ma diventavamo quei personaggi che non avevano nulla di fantastico. E per alzare dal pavimento una madre annegata nel suo dolore e metterla in salvo nel suo letto non bastavano braccia bioniche. Era allora, e negli anni a seguire, che chiedevo aiuto ai libri, per far sì che la loro voce mettesse a tacere i pianti che udivo dalla camera avvolta in coperte di nebbia e ricordi oscuri. Le lacrime di mia madre, o il suo respiro affannoso, liquefatto, erano i nemici contro i quali battermi.

Furono molti i valorosi combattenti che scesero dalle pagine per affiancarmi. Ci sono stati Urmel venuto dai ghiacci di Max Kruse, un animaletto preistorico simile ad un draghetto dotato di minuscole ali, capace, insieme ad amici dai nomi esilaranti come Ping Pinguino e professor Habakuk Tibatong, di farmi ridere a crepapelle, e Il Drago Timido di Kenneth Grahame, un drago gentile e premuroso, amante della poesia, che fa amicizia con un bambino e persino con il suo leggendario rivale San Giorgio.

Ci sono stati poi i topi disegnati da Tony Ross, e gli animali curiosi che sbucavano dalle tavole di Beatrix Potter e Richard Scarry. Fra i miei più cari amici della mia infanzia letteraria non posso che essere grato a Belle e Sebastien di Cécile Aubry, ovvero il cagnone bianco dei Pirenei e il suo padroncino, che dal cartone animato alla pagina scritta si prendevano cura delle mie paure. Adoravo essere circondato dagli animali che lasciavano impronte di inchiostro lungo le mie sconfinate praterie.

Uno dei poteri magici che ognuno di quei libri aveva era quello di poter andare, a passi felpati, nella stanza di mia madre e guardarla divenire bambina. Accadeva soprattutto quando si addormentava, nel cuore del pomeriggio, sfiancata dalle battaglie intraprese, dentro il suo petto, fra i ricordi e il presente. Colmo di pagine dense di avventure, emozioni, descrizioni e personaggi amici, riuscivo a dimenticarmi della mancanza di ponte levatoio che di solito mi portava con facilità a far visita alla madre che regnava nel castello della mia infanzia. Potevo così saltare, con un solo balzo, al di sopra di fossati dove si nascondevano i coccodrilli –era così che immaginavo i dolori degli adulti, con denti affilati e fauci gigantesche- e raggiungere Eva, l’amica bambina, la principessa senza nome della nostra Storia infinita.

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Oggi si balla con You can leave your head on di Joe Cocker, con Bassani e Elsa Morante: è la nuova puntata di Non avere paura dei libri.
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NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Quattordicesima puntata. Asso(litudine)

 

 

Quando non ci avvolgevamo nelle copertine dei libri per trovare tepore nelle giornate fredde di Novembre, era la musica ad appiccare incendi di felicità dolosa. Mia madre –la viennese che ballava in pigiama You can leave your head on di Joe Cocker davanti al nostro gatto esterrefatto- aveva bisogno che le sue giornate fossero scandite da una colonna sonora ad alto volume. Era solita infatti piazzare il registratore accanto alla radio e quando veniva trasmessa una delle sue canzoni preferite, abbandonava traduzioni in atto o padelle fumanti per premere il tasto REC ed incidere contemporaneamente, sul nastro e sul corpo, la voce rock dei suoi idoli. Era una groupie nata, una cheerleader che, a tempo di musica, un giorno, si era quasi stirata entrambe le braccia usando come pom pom i pesanti volumi del Carlo Magno di Fernando Vittorino Joannes e del Cristoforo Colombo di Leo Steiner. Non era raro vedere me e mia madre stringere un libro al petto e ballare cheek to cheek con la letteratura. Mio padre, quando accadeva, scuoteva la testa, ma non chiedeva mai di abbassare la musica. Entrava in casa con la sua giornata di lavoro pesante e con il suo volto arrossato dal fuoco dentro i nostri spartiti, troppo impacciato per prendere Eva fra le sue braccia e ballare con lei, ma felice. Perché quando la musica faceva tremare i muri e sfogliava i libri, significava che sua moglie aveva deciso di non ascoltare la voce dei suoi demoni, ma di legarli stretti con i nastri magnetici delle sue musicassette. Quelle rare volte in cui Eva e Luigi tentavano di scivolare lungo le note di un valzer, la casa si riempiva di risate. Nel tentativo di seguire la musica, mio padre perdeva l’equilibrio e inciampava su se stesso, mentre mia madre aggiungeva movenze caricaturali per rendere lo spettacolo teneramente comico. Mi ricordavano la coppia che balla dipinta da Emile Nolde sulla copertina di una raccolta di racconti di Antonio Debenedetti, Spavaldi e strambi.

Un titolo che ci descriveva perfettamente.

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Tredicesima puntata. Lettera a mia madre

 

“Cara mamma,

la discussione di oggi mi ha sconvolto tantissimo. Per prima cosa mi sono spaventato per il fatto di non riconoscermi più: lo studio e la scuola erano tutto per me. Inoltre mi vergogno per il fatto di crearti tanto dispiacere. Non è stato intenzionale e mi ucciderei piuttosto che farti soffrire un solo secondo. Tu e papà mi avete dato tanto e mi date tanto….”

 

A volte eravamo lettere. Non c’era modo migliore di parlarci, di chiederci scusa, di riunirci dopo separazioni. A volte queste lettere erano scherzose, brevi, bigliettini, rettangoli porosi imbevuti d’inchiostro; prenderci in giro era un abbraccio. Altre volte erano lunghe confessioni, più simili a pagine di diario che avremmo tenuto nascoste, chiuse dentro un quaderno. Se decidevamo di scriverci, era per celebrarci o per abbandonarci ad un momento di tregua. Era sempre un momento in cui, leggere quello che provavamo, ci rendeva capaci di fermare il tempo, eludere la sorveglianza del mondo, dichiararci umani di fronte ai tribunali delle nostre emozioni.

Era novembre quando scrissi questa lettera. Una lettera scritta di getto; il pallone sgonfio sul letto, il televisore spento, dopo una puntata del serial tv Beverly Hills 90210 e una copia de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde sulla panca di vimini. Frequentavo il liceo classico, penultimo anno, la vita era una bolla inesplosa. Ero un ragazzo in cerca di un posto tutto mio nell’universo delle idee degli altri. Le mie erano confuse, si scioglievano nelle lacrime che cadevano copiose sul cuscino. Sul diario non facevo altro che scrivere frasi come “voglio essere il migliore, ma non lo sono”, “quante realtà ancora mi restano da sbagliare” o “la vita appartiene solo a noi, e a nessun altro.” Mia madre – la viennese che guardava sotto la luce fioca del lampadario i dentelli dei suoi francobolli internazionali- era la mia forza, la sua debolezza. In quei giorni eravamo segretamente alleati, nonostante i coni d’ombra dei fondi di bottiglia e i miei singhiozzi, che filtravano da sotto la porta di camera mia. Lei li sentiva, non sapeva come ascoltarli, ma capiva che bastava ritagliarci dei momenti solo nostri per sospendere il dolore incomunicabile. Mio, suo. Si andava alla biblioteca, nei pomeriggi freddi e piovosi, con un unico ombrello che tenevo io, mentre lei strizzava gli occhi e rideva ogni volta che le gocce le solleticavano il collo. Non c’era un tempo prestabilito per restare. Con la scioltezza di mani da pianista, le nostre dita scorrevano veloci e leggere sulla costa dei libri. La nostra curiosità era rapita dai titoli che i nostri scaffali di casa non conoscevano, libri come la raccolta di poesie Divenire della luce di Jacques Dupin, risate letterarie d’infanzia ritrovata come l’Oliver Maas di Justus Pfaue e Magia di mezz’estate di Tove Jansson o il ritratto generazionale de La moglie del Dio dei fuochi di Amy Tan. La scelta dei libri era spesso abbinata alla scelta di un film da guardarci con papà la sera, e se capitava un sabato pomeriggio, anche la golosità veniva allietata da pacchetti di patatine, pizzette o qualche preparato per torta da fare al volo. Perché noi, madre e figlio affamati di parole e dolci, non amavamo le attese, a meno che non fossero le uscite al ristorante. Quando si decideva di concederci una cena fuori casa, tutta la giornata doveva prepararsi per l’evento, tutto doveva essere perfettamente concatenato per creare un giorno indimenticabile, da vivere tutti insieme. Capitava quindi che le cose che ci rendevano più felici, come comprare giornali a fumetti e riviste di natura, scegliere dall’armadio libri come Liza di William Somerset Maugham e Le formiche a Stalingrado di Romain Gary o guardarci di fila commedie romantiche e thriller televisivi, diventassero un amalgama incredibilmente riuscito, confortevole. Mi piaceva alzare gli occhi dalle pagine de Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa e vedere, fra le pieghe del vestito di Angelica, mia madre che si guardava dentro lo specchio di camera sua, attorno al quale aveva attaccato decine di conchiglie laccate con uno spray color argento. Un pugno in un occhio, che però restituiva di lei e del nostro modo di rifletterci una nota ironica, una virgola di ilarità. Accanto a lei, mio padre Luigi non faceva in tempo ad afferrare un maglione dall’armadio tappezzato di panno verde –ancor più obbrobrioso delle conchiglie d’argento- che Eva lo rimproverava per come si vestiva. Insieme allora tiravano pantaloni, allungavano calzini, stropicciavano cravatte e camicie fino a che mio padre non diventava Tancredi. Era un momento sublime vederci tutti e tre in bagno. Mia madre che spruzzava nuvole di lacca sui capelli gonfi. Mio padre che si aggiustava il colletto della camicia dando gomitate a sua moglie. Io che sbucavo fra loro due e facevo smorfie, specialmente quando, per un breve periodo del liceo, indossavo occhiali talmente brutti che mesi dopo li presi a martellate come segno di ribellione. Leggi di più..

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Eva e Marilyn Monroe, nella nuova puntata di Non avere paura dei libri.
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NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Dodicesima puntata: Sul pullman, Marilyn, leggeva.

 

Ci addormentavamo dopo aver letto un libro. Ci svegliavamo con un libro vicino al nostro cuscino. Loro, i libri, c’erano sempre; anche in quei giorni in cui non trovavamo risposte in alcuna pagina. Ma di una cosa, mia madre ed io, eravamo grati, ovvero del fatto che i libri fossero gli artefici di alcuni dei momenti più facili da vivere, quei momenti in cui non dovevamo far altro che dimenticarci di essere domande complesse e diventare risposte facili. Come quella volta –avevo dodici anni e le stringhe sempre slacciate- che corremmo in macchina con i sacchi della spesa alla mano per via di un temporale improvviso e, nell’attesa che spiovesse, mia madre ed io incominciai a leggere a lei e a mio padre il libro che mi avevano appena comprato, Racconti umoristici di Mark Twain. Passammo una mezz’ora chiusi dentro l’abitacolo, Eva con la testa inclinata che guardava la pioggia dal finestrino e Luigi con le mani strette al volante e la risata pronta. Io ero sdraiato sui sedili posteriori, a pancia in giù, e leggevo loro alcuni passaggi divertenti, staccando, ogni tanto, un quadratino di una barretta di cioccolato alla fragola. Alcuni passaggi del racconto “Diario di Adamo ed Eva” sembrava scritto per loro due, la viennese con la lunga criniera bionda e il pompiere che ha la forma di radice, le gambe divaricate come un gru. Come era stato facile lasciarci andare alle parole, senza destinazione, racchiusi in un mondo tutto nostro fatto di ascolto e di lettura ad alta voce, gocce trasversali e il celebre ranocchio saltatore della contea di Calaveras al gusto di cioccolato e fragola.

Ho trascorso anni a leggere sul treno e durante quei viaggi che mi portavano a Milano per motivi di studio o di lavoro, mi succedeva di comprendere, fino in fondo, che cosa rappresentasse un buon libro per mia madre quando saliva sul pullman per allontanarsi di casa per ore, alla ricerca di uno spazio fra il suo essere madre e moglie e il suo essere Eva.

La viennese che un giorno aveva regalato dei cioccolatini purganti ad un molesto collega di lavoro che non la lasciava mai in pace.

La viennese che un giorno aveva smesso di mangiare e si era nutrita solo di tranquillanti dai colori dell’arcobaleno.

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Eva incontra La signora Dalloway di Virginia Woolf nella nuova puntata di Non avere paura dei libri.
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NON AVERE PAURA DEI LIBRI di Christian Mascheroni

Undicesima puntata: come sassi nelle tasche di Virginia


 

Di notte, le luci del sole si raccolgono nelle fontane, per sciogliersi nel vento che soffia sui marciapiedi. Guardavo le vetrine delle librerie, che proiettavano l’esistenza in pagine appartenenti a volumi di diverso formato. Ogni titolo forniva la prova che io potrei essere solo un personaggio come tanti altri e che da qualche parte viva il mio inventore. Forse Dio? Tutto è un romanzo mai concluso. So comunque che guardavo con semplicità ciò che è mistero del mondo.”

(dalla prima –ed unica pagina-del mio romanzo Vittima della notte, 1986)

 

Ero un bambino d’Ottobre, un bambino che leggeva Robinson Crusoe e La capanna di zio Tom, che disegnava buffi personaggi della Grecia antica ai quali aveva affibbiato nomi improbabili come Spoonx e Unze, che giocava a sconfiggere mostruose creature robotiche pilotando cloni del Grande Mazinga e Goldrake. Ero un bambino che affidava al diario “le mie avventure, i miei pensieri e i miei piccoli amori”. Ero un bambino che inviava racconti al quotidiano “Il Giorno”, alla Mursia, alla Bompiani e alla Mondadori, firmandoli con il cognome di mio padre e di mia madre, Cerny, nella speranza che il doppio cognome mi rendesse più interessante e attraente agli occhi degli editori. Erano racconti di fantascienza con protagonisti unicorni alati (Staryo, l’unicorno di Saturno), racconti dell’orrore come “La luce muore di notte” (storia di una babysitter inseguita da un serial killer) e “L’ultima strega” (party di compleanno con raccapricciante finale splatter) o riflessioni sulla fame nei Paesi del Terzo Mondo. Ero un bambino che si rifugiava nella palestra e osservava giocare le ragazze a pallavolo per scrivere un articolo di cronaca sportiva o che inventava rubriche dal titolo “Creature addio” e “Uomo e teologia” da proporre alle riviste. Ero un bambino vivace, con grandi sogni, e infiniti tentativi di diventare il più giovane reporter della storia del giornalismo.

Erano giorni in cui mio padre – l’appianese con le mani traghettate dalla stanchezza e gli occhi vasti come una piazza di paese al sorgere del sole – mi portava per boschi a respirare la pelle delle castagne. Erano giorni in cui spalancare la bocca dei ricci e bere il latte schiumoso appena munto era naturale come camminare per le strade lavate dalla pioggia.

Erano giorni in cui mia madre –la viennese che scheggiava bicchieri e tazze di caffè per eccesso di distrazione- urlava il mio nome dalla sua stanza per farmi svegliare al mattino, mi infilava un paio di brioches alla ciliegia nella cartella e tornava a letto, avvolgendosi nelle lenzuola che sapevano di primavera e zolfo.

Erano giorni in cui scrivevo con tutto ciò che lasciava traccia. La matita gigante con la punta arrotondata sulla quale era raffigurata la ruota del Prater e lo stemma di Vienna. La macchina da scrivere elettrica che si incantava e scriveva per conto suo. Le penne a sfera dall’inchiostro cancellabile i cui gommini finivano per essere masticati dai miei molari come chewing gum. Le biro che smettevano di scrivere quando l’ispirazione chiamava a gran voce.

Scrivevo pagine di diario, racconti brevi e poesie, pensieri, articoli.

Ma prima di tutto questo, c’erano le parole magiche.

A sei anni, infatti, scrissi il mio primo libro. Era un manuale di formule magiche, scritte in una lingua inventata da me e il mio amico d’infanzia Matteo. Avevo riempito un’agenda dalla copertina rosso scarlatto di parole impronunciabili come shachetrach, sayonaretsay, ortormainzor, mecrh, geramiax, forffefin sansor. Avevo riempito le pagine di antidoti per rimpicciolire (spremuta o succo di frutta, zucchero, citrosodina) e frasi da pronunciare per sconfiggere mummie e mostri (il demonio si arrabbia/corna di diavolo/gioia di angeli).

A sette anni, invece, ho venduto il mio primo libro. Leggi di più..

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