Ho un libro in testa

Categoria: Rivediamoli

 

Il corpo di chi scrive quanto assomiglia allo stesso corpo che vive nel tran tran quotidiano? Ecco a voi lo strano caso di Italo Svevo, pseudomino di Ettore Schmitz, e di Ettore Schmitz in persona.
Il capitolo che state per leggere è tratto dal libro Attorno a questo mio corpo. Ritratti e autoritratti degli scrittori della letteratura italiana a cura di Laura Pacelli, Maria Francesca Papi e Fabio Pierangeli (Hacca edizioni).
Buona lettura


IL CORPO CARTESIANO DI ITALO SVEVO di Giulio Savelli
Sul finire dell’inverno del ’26, in un mattino già quasi primaverile, un signore piuttosto anziano, non alto, alquanto corpulento ma elegante, si era fermato dinanzi all’ingresso del teatro della Scala, a Milano, per leggere il manifesto del Lohengrin. […] Il signore anziano somigliava stranamente a un ritratto dell’industriale triestino Ettore Schmitz, da me visto poco prima sulle «Nouvelles Litteraires».
Con queste parole Montale ricordava il suo primo, casuale, incontro con l’autore a cui aveva appena dedicato un articolo. Lo fermò e chiacchierarono amabilmente. Montale fu subito colpito dalla somiglianza che esisteva fra lo Schmitz e i suoi personaggi: in Italo Svevo era tutto sveviano dalla testa ai piedi; per Montale, tuttavia, il signor Schmitz «tale restò […] fino alla morte», senza mai divenire il romanziere Italo Svevo. Chi aveva dunque incontrato Montale? Svevo o piuttosto Schmitz, parente stretto di Svevo e dei suoi personaggi? In che modo, cioè, il corpo di Ettore Schmitz è diverso da quello di Italo Svevo? Lo pseudonimo permette una constatazione di valore complessivo, che si trova in accordo con l’esperienza raccontata da Montale: il corpo anagrafico, biografico, non si identifica con quello “dello scrittore”. –br– Ci può essere una relazione, più o meno forte, ma non c’è identità. Nessuna relazione ermeneuticamente significativa, cioè, possiamo stabilire fra la grossa testa di Schmitz e La coscienza di Zeno – non maggiore, almeno, di quella fra la gobba di Leopardi e L’infinito. Il corpo dell’autore è un’interposizione metafisica, un fantasma reale, costituito a partire dalla scrittura, fra quello designato anagraficamente e il corpus testuale. Il corpo dell’autore Svevo è dunque edificato secondo un progetto analogo a quello con cui sono costruiti i suoi personaggi. Come sono fatti questi corpi? Se per esempio si osserva la descrizione di Alfonso Nitti, protagonista del primo romanzo di Svevo, Una vita, ciò che si può immediatamente dire è che quello di Alfonso è un corpo “interpretato”: una specie di tavola di Rorschach la cui descrizione è intrisa di punti di vista non necessariamente oggettivi, di valutazioni parziali e di ipotesi implicite. Quanto al protagonista, la concezione che egli ha del proprio corpo è altrettanto mediata. Per Alfonso il corpo è infatti “organismo”, che non coincide con se stesso ma con uno “strumento” che egli si aspetta debba “obbedire”, “strumento” con proprie autonome esigenze (per esempio “stancarsi”, “esaurirsi”), e con il quale venire a patti. Non sempre, inoltre, si tratta di esigenze chiare e trasparenti; anche qui vale dunque il principio dell’interpretazione. Il corpo, poi, nel suo funzionamento, segue un modello energetico di tipo idraulico, analogamente a quanto Freud, nell’arco degli stessi anni, andrà ipotizzando con la teoria della libido. È chiaro che per Alfonso mente e soma sono un continuum, in cui le condizioni ambientali dell’uno influenzano lo stato dell’altra e viceversa, rappresentabile con un sistema metaforico comune. Corpo e mente formano assieme l’organismo: tuttavia, l’Io che lo controlla si trova fuori di questo, nella posizione di interprete e padrone, ma anche in una posizione di dipendenza e di estraneità problematica.

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I blog sono liquidi, tutto scorre, è il loro bello. Però, ogni tanto, è bello anche andare contro corrente, tornare indietro per ripescare qualcosa e riportarlo a galla.
Nei giorno scorsi ho visto con gioia che nella classifica dei libri più venduti c’è Calvino. Bentornato! E questo mi ha fatto venire in mente un brano che avevo già messo in un post a gennaio (a ripensarci: all’inizio dell’anno qui su Hounlibrointesta ci eravamo augurati che il 2011 potesse essere l’anno di Calvino,  un po’ di desiderio si è avverato).
E quindi, ecco il ritratto di Calvino scritto da Amalia Maria Amendola per guardare ancora quello straordinario sorriso che troverete o ri-troverete alla fine, nelle parole di Natalia Ginzburg.
La verità è che quel sorriso mi è rimasto nel cuore. E ogni tanto riaffiora.

 

Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile.

Italo Calvino, Palomar

 

 

Il capitolo è tratto dal libro Attorno a questo mio corpo. Ritratti e autoritratti degli scrittori della letteratura italiana a cura di Laura Pacelli, Maria Francesca Papi e Fabio Pierangeli (Hacca edizioni). Un libro che vi consiglio di leggere quest’estate, è una galleria di ritratti di autori straordinari: Eugenio Montale, Elsa Morante, Cesare Pavese…

 

 

IL CERVELLO DI CALVINO di Amalia Maria Amendola

Italo Calvino è stato sempre descritto come un autore cerebrale, che perfino quando scriveva di corpi lo faceva con la mente. Ma Calvino era prima di tutto una persona in carne e ossa, che usava le mani per scrivere e gli occhi per leggere e osservare la realtà.
Nei ricordi dei compagni di scuola Italo viene descritto come «un adolescente fragile, ossuto, il viso minuto e finemente modellato, una voce profonda, quasi baritonale, le lunghe ciocche di capelli nerissimi e lisci che ricadono sulle tempie». Legnosità dei movimenti e sguardo profondo sono le caratteristiche che più sono rimaste impresse nella loro mente.
Duilio Cossu si sofferma sul suo volto: «Italo che aggrotta la fronte, spingendo in alto le sopracciglia marcate e fortemente arcuate quasi a congiungerle alle radici, in segno di stupefazione oppure di preoccupazione, di incredulità oppure di disapprovazione. […] E poi c’erano gli occhi, perché il suo fascino stava tutto nel cavo degli occhi». I suoi occhi erano dolci, come quelli di sua madre.
Diversi anni più tardi sarà lo stesso Italo, già personaggio pubblico, a parlarci di un suo autoritratto fotografico: «Mi pare che i dati fondamentali ci siano: la fronte corrugata, che è un fatto puramente biologico-ereditario e l’espressione con cui cerco di far capire che il corrugamento della fronte non va preso sul serio».
Il compagno di banco Eugenio Scalfari lo descrive come un ragazzo maldestro e goffo, forse a disagio in un corpo non più bambino ma non ancora adulto:

 

Nelle movenze fisiche Italo era quanto di più sgraziato si potesse conoscere: il passo scoordinato, le braccia pendenti lungo il corpo e ciondolanti senza alcuna sintonia con i movimenti delle gambe, nessun senso del ritmo, nessun amore per la musica. Noi ballavamo e cantavamo e lui se ne restava in disparte o partecipava pestando i piedi alle compagne con una sorta di ballo dell’orso involontario e carico di comicità.

 

I ricordi più fisici di Calvino sono legati alle spiacevoli sensazioni della vita da partigiano: il corpo che frana nel buio con la mezza gavetta di castagne nello stomaco, il peso delle armi sulla schiena, il piede incerto sul terreno, le cinghie che segano le spalle, i foruncoli causati dall’avitaminosi, i pidocchi, e soprattutto il sollievo procurato dallo slacciarsi gli scarponi induriti dal gelo, con la sensazione del terreno sotto i piedi nudi e le fitte sotto la pianta causate dai ricci delle castagne e dai cardi.
Altri dettagli che ci parlano del suo corpo, dell’aspetto fisico, dei suoi gesti privati vengono da Elsa De Giorgi, con la quale Calvino ebbe una relazione a metà anni Cinquanta:

 

La ruga che si imponeva tra gli occhi neri, mobili e attenti, conferiva una certa severità al viso stretto da uccello, troppo piccolo sul collo lungo e forte che lo sollevava. Bello il mento stagliato, non correggeva però un che di pietoso nel sorriso che pareva inturgidire le labbra rosse, anziché distenderle su una chiostra di denti non candidi, un po’ da roditore, volti all’interno. […] Va ricordato che Calvino non usava mai guanti nel rigore degli inverni torinesi, eppure le sue mani restavano delicate, gentili, inerti. Leggi di più..

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