Ho un libro in testa

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È la nuova puntata di “In su e in giù”. Gabriele Dadati si occupa di libri a 360° (come lettore, scrittore, editor, insegnante di scrittura…) e quindi ogni lunedì ci racconterà una delle mille cose che gli capitano: come lettore, o scrittore, o editor, o…

IN SU E IN GIÙ
di Gabriele Dadati

Mi sono innamorato di Daniele Del Giudice appena approdato all’università, compiuti da poco i diciannove anni. Vivevo in collegio e come tutte le matricole ero spaurito: così nei primi giorni parlavo molto con Federico, un ragazzo di Pordenone laureando in filosofia e bravo musicista (avrei scritto per lui, qualche anno dopo, il testo per un melologo senza neppure sapere cosa fosse, un melologo…), che non so perché, ma mi badava. Ricordo la notte in cui, in piedi in corridoio, mi disse: “Ascolta, tu studi lettere, e magari ti hanno fatto credere che sia difficile leggere l’Ulisse di Joyce. Be’, non è vero, perché mentre te lo dicono ti insegnano anche come farlo. Prova a leggere Lo stadio di Wimbledon di Del Giudice. Quelle sono letture impegnative…” Leggi di più..

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CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

Sabato scorso entro in una libreria dell’usato di Piacenza – la Torre dei libri – e vedo in bella mostra La controvita di Philip Roth nella recente edizione dei Supercoralli Einaudi. Non ci penso su neppure un minuto, non mi pongo il problema di conoscere la trama del romanzo, lo prendo in mano e lo pago.

Uscito, leggo il risvolto: “Quale che sia il loro scenario, tutti i personaggi della ‘Controvita’ si confrontano con l’incessante tentazione di un’esistenza alternativa che possa ribaltare il loro destino.

A illuminare queste vite in transizione e a guidarci fra i suggestivi panorami del libro, familiari o alieni che siano, c’è la mente dello scrittore Nathan Zuckerman. Sua è l’intelligenza scettica e avvolgente che calcola il prezzo da pagare nella lotta per cambiare le sorti personali e dare un nuovo volto alla storia, che si attui in uno studio dentistico di un quartiere residenziale del New Jersey o in un villaggio inglese improntato alla tradizione nel Gloucestershire o in una chiesa del West End londinese o ancora in un minuscolo insediamento israeliano nel deserto della West Bank occupata”. Leggi di più..

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Cara Chicca,

con tutta probabilità da domani sera non sarò più candidato al Premio Strega: da 18 si passerà a 12 libri e un po’ per scaramanzia un po’ per sano realismo tendo a credere che Piccolo testamento (vedi qui, ndr) non sarà in quel numero. Una volta presentate le candidature, infatti, entrano in gioco anche logiche altre rispetto all’esame puro e semplice dei testi, e so che in quelle logiche Piccolo testamento ha una voce piccola e flebile. Non è escluso che questa voce piccola e flebile venga ascoltata, ma è in ogni caso difficile. (Aggiungo: anche se non ci fossero queste logiche altre, niente garantirebbe un posto nei 12 al mio libro. Esiste infatti la possibilità che gli altri 17 candidati siano tutti migliori del romanzo che ho scritto io. Questo sia chiaro).

Tuttavia ci tengo a dirti che sono contento così. Davvero. Ho avuto più di quello che potevo sperare. E sai di cosa si tratta? Della gioia che ho provato per la gioia delle persone che mi stanno attorno e che amo. Essere candidato mi ha fatto felice, ma vedere quanto ha fatto felici ad esempio i miei genitori è stato di gran lunga meglio. Sentire una cara amica commuoversi al telefono è stato di gran lunga meglio. Incontrare un mio amico altissimo che mi ha riportato la soddisfazione di suo zio (era il parroco del mio paesino quand’ero piccolo) e che mentre me la riportava aveva gli occhi lucidi è stato di gran lunga meglio. Le telefonate e gli sms e le mail e i messaggi via fb e gli incontri di persona sono stati di gran lunga meglio. La tua stessa reazione quando te l’ho detto, Chicca, è stata di gran lunga meglio.

Per questo ho avuto più di quanto potevo sperare: perché quella cosa remota che è la Fondazione Bellonci (una cosa di cui i miei amici e le persone che mi stanno attorno non sanno un bel niente, credo. E anch’io ne so poco) diramando il suo comunicato stampa mi ha fornito una specie di radar potentissimo che mi ha fatto vedere attorno a me tantissime “creature di sangue caldo e nervi”, come avrebbe detto il dottor Čechov. Lo sospettavo, ma ne ho avuta una conferma: la mia vita è dentro un groviglio di altre vite che le si accompagnano con amore. Amare ed essere amati è il senso della vita, secondo me. Il resto sono frottole. Va da sé che tutto passa in secondo piano, se messo in questa prospettiva.

Non nego che mi piacerebbe scoprimi nei 12. Perché altrimenti essere lì? Ma ripeto: non è quello il punto. Il punto, ancora una volta, è sentirsi accolti. Di questa esperienza io sono grato.

Un bacio Chicca.

Gabriele


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CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

 “Ma io questa città la conosco!”. Così comincia il romanzo In balìa di una sorte avversa di B. S. Johnson (ora disponibile nella nostra lingua tradotto per la Bur da Enrico Terrinoni): la storia è quella di un cronista sportivo che arriva in treno per seguire la partita che si terrà in uno stadio locale, ma comincia all’improvviso a ricordare e si rende conto di trovarsi nella città di un caro amico, morto giovane di cancro. Ovunque si sollevano folate di ricordi che lo assalgono. E così, a poco a poco, veniamo a conoscenza della storia di un’amicizia brutalmente interrotta.
Se un romanzo del genere non mi interessasse già in sé per la materia trattata (e lo fa: in fondo, le analogie con quel che si racconta in Piccolo testamento non sono poche), mi interesserebbe in ogni caso per la singolare composizione. Il libro, infatti, è stampato in singoli fascicoli staccati l’uno dall’altro e raccolto in cofanetto. Questo perché, a parte il primo e l’ultimo capito, gli altri possono essere mischiati e letti in qualsiasi ordine, senza che questo pregiudichi la comprensione generale o il godimento per la storia. Bizzarro? Incantevole, più che altro. E l’idea non è neppure recente, visto che il libro è del 1969. Poi, come spesso accade nel mondo dei libri, soprattutto novecenteschi, è scomparso dalla circolazione, è diventato un oggetto di culto ed è ricomparso solo quando se ne è appassionato Jonathan Coe, che all’autore ha dedicato una biografia (notevolissima, pubblicata in Italia da Feltrinelli l’anno scorso: si chiama Come un furioso elefante. La vita di B. S. Johnson in 160 frammenti. E come si vede, il contenuto preme e fa sua anche la forma. Non è un caso che la vita disordinata di Johnson e la sua passione per la parcellizzazione vengano rese in frammenti).
Tra i meriti dell’editore italiano c’è anche di aver confezionato il libro in modo impeccabile, per grafica e materiali. All’interno della scatola, oltre alle istruzioni, sono riportate citazioni che danno il senso di tutta la faccenda. Eccone una:

“Vi dirò in due parole di cosa tratta il libro in questione: è una storia”.
“Una storia? Di chi? Di che cosa? Di dove? Di quando?”
“È la storia, signore (e la raccomanderei, se fosse possibile, a tutto il mondo) di ciò che passa per la mente di un uomo”.

Appunto.


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CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

Esistono due modi principali di prendere in mano una storia altrui e farla propria: la riscrittura e la continuazione. Nella tradizione occidentale la riscrittura è stata praticata molto e permette di spostare una trama con dentro i suoi personaggi in un nuovo contesto (s’era nell’antico? Ora si è nel contemporaneo) o in una nuova forma (era un poema? Adesso è teatro) o sotto un differente punto d’osservazione (si trattava d’avventura? A questo punto ci interessa l’introspezione psicologica). A occhio, la storia della nostra tradizione che è stata più riscritta è quella di Ulisse. La continuazione invece prevede di prendere in mano la vicenda per dove è arrivata e muovere i suoi personaggi – o uno dei suoi personaggi – verso nuovi destini. È una cosa che fa perlopiù l’autore originario, soprattutto in letteratura (diverso è per cinema e fumetto), ma non è detto. Si pensi che a Ian Flaming, romanziere inventore di James Bond, si sono succeduti R.D. Mascott (che fece con il personaggio un libro per ragazzi di scarso successo), Robert Markham, John Pearson, Christopher Wood, John Edmund Gardner, Raymond Benson Charlie Higson, Kate Westbrook, Sebastian Faulks e infine Jeffery Deaver. I loro romanzi non solo l’uno la continuazione dell’altro, solo talvolta succede, ma senz’altro si tratta di storie che tengono presente cosa è successo in quelle prima, perché la vita di James Bond non ne risulti scompaginata.

Detto tutto questo, pare particolarmente interessante quello che sta accadendo attorno al romanzo Metro 2033 del russo Dmitry Glukhovsky. In sé, l’idea del romanzo non è niente di nuovo: “L’anno è il 2033. Il mondo è ridotto a un cumulo di macerie. L’umanità è vicina all’estinzione. Le città mezze distrutte sono diventate inagibili a causa delle radiazioni. Al di fuori dei loro confini, si dice, solo deserti e foreste bruciate. I sopravvissuti ancora narrano la passata grandezza dell’umanità. Ma gli ultimi barlumi della civiltà fanno già parte di una memoria lontana, a cavallo tra realtà e mito. L’uomo è stato sostituito da altre forme di vita, mutate dalle radiazioni e più idonee a vivere nella nuova arida terra. Il tempo dell’uomo è finito. Poche migliaia di esseri umani sopravvivono ignorando il destino degli altri. Vivono nella metropolitana di Mosca, la più grande del mondo. È l’ultimo rifugio dell’umanità”. Tuttavia, una volta pubblicato, dapprima in rete e poi su carta, il romanzo ha portato con sé le seguenti domande: ma i sopravvissuti chiusi nella metropolitana di Mosca, come fanno a sapere che non ci sono altri sopravvissuti in altre metropolitane? E se per caso ci sono, come se la stanno cavando? – Dopo che all’ennesima presentazione Glukhovsky ha ricevuto per l’ennesima volta queste domande, ha deciso di lanciare una provocazione: io ho fatto il disastro atomico e ho raccontato Mosca, chi vorrà tenga per buono lo stesso disastro e scriva romanzi su cosa è accaduto in altre città dove ci sono altre grandi metropolitane in cui rifugiarsi. E così sono nati altri venti romanzi, tutti ambientati nell’immaginario instaurato da Metro 2033, di modo che si può leggere la vicenda dei sopravvissuti di San Pietroburgo, della Siberia, dei monti Urali, in Inghilterra, a Cuba. E ora, finalmente, arrivano anche i nostri sopravvissuti. Perché c’è stato Tullio Avoledo ad accogliere la sfida e a pubblicare Le Radici del Cielo (multiplayer.it Edizioni, 2011), per dirci se c’è ancora qualcuno in vita a Roma e come se la cava. Il romanzo, come tutti quelli scritti da Avoledo, è bello e ben fatto, e rappresenta un tipo di prosecuzione dell’immaginazione altrui che non sembra tanto comune.

 

 

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CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

 

Uno dei libri più belli (non solo interessanti, proprio belli) prodotti nell’ambito della Neoavanguardia è senz’altro il romanzo Tristano di Nanni Balestrini. Il problema da risolvere era, in soldoni, questo: se è vero che un libro è sempre nuovo nei suoi significati e non si è mai finito di interpretarlo, rilettura dopo rilettura, come si fa a concedergli di essere sempre nuovo anche nella forma, vale a dire sul piano dei significanti? Come si fa a vincere la staticità della pagina stampata e darle la possibilità di rinnovarsi ogni volta?

Balestrini procede così: “Nel 1961 avevo composto Tape Mark I, un esperimento poetico realizzato sfruttando le possibilità combinatorie di un calcolatore elettronico IBM (così allora veniva chiamato il computer). Una serie di spezzoni di frasi venivano montate in successione, fino a formare sequenze di versi, seguendo semplici regole trasformate in un algoritmo che guidava il lavoro della macchina. Il numero dei risultati possibili era grandissimo, e una piccola serie di varianti, sufficiente a mostrare il senso dell’operazione, venne pubblicata sull’Almanacco Bompiani 1962”. Con lo stesso meccanismo fa anche il suo romanzo. Tuttavia, come si può immaginare, una volta sottratte al calcolatore e messe in macchina, delle infinite possibilità combinatorie ne viene stampata solo una. È quello che in effetti succede: “le tecniche di stampa dell’epoca”, scrive ancora Balestrini, “non permettevano la realizzazione del progetto, per cui nel 1966 mi ero limitato a pubblicarne presso l’editore Feltrinelli una singola versione con il titolo Tristano, un ironico omaggio all’archetipo del romanzo d’amore. Il libro suscitò l’interesse della critica per il suo aspetto sperimentale e provocatorio, che rimetteva in discussione le nozioni di personaggio e di trama, di tempo e di luogo”.

Le cose sono cambiate in tempi recenti. Nel 2007 infatti la romana DeriveApprodi, grazie a una macchina digitale Xerox, ha potuto realizzare l’antico sogno. Collegata al computer, cinquant’anni dopo l’ideazione, s’è messa a stampare copie l’una diversa dall’altra, ognuna unica, frutto di una combinazione senza ritorni identici. Tristano è diventato davvero quel “romanzo multiplo” che dice il sottotitolo e ha trovato posto nella collana delle “Opere di Nanni Balestrini” promossa da Aldo Nove (uno di quelli che fanno parte della “terza ondata” o “neo-Neoavanguardia”, secondo le etichette di Renato Barilli).

E cosa si scopre, a leggere e a rileggere questo libro fatto di continui ritorni e ripetizioni? Che è vero quello che aveva notato nel 1972 Jacqueline Risset riflettendo sulla traduzione francese condotta per i tipi di Seuil. E cioè: se si mettono insieme frammenti di testi tecnici, enumerazioni di dati, lacerti di manuali e anche solo un paio di frasi letterarie (“lei lo baciò”, “dopo averla salutata salì sull’auto alla volta della spiaggia”, “non erano mai stati in quella casa prima di allora” ecc.), questo paio di frasi attrarranno a sé magneticamente tutto il testo. E tutto il testo diventerà di colpo narrativo. Perché se c’è una cosa infettiva, al mondo, sono le storie.

 

 

 

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Se potete, partecipate, ne vale davvero la pena.
Se non potete, tenete comunque d’occhio i corsi di Laurana Editore, sono sempre un’occasione per poter riflettere su questioni importanti (e appassionanti).


 

 

 

La “Bottega di narrazione” condotta da Giulio Mozzi e da Gabriele Dadati, con l’intervento di Massimo Cassani e di tanti altri ospiti (tra cui Antonio Franchini, Silvia Ballestra, Mauro Covacich, Antonio Scurati, Giuseppe Genna, Michele Mari, Giorgio Vasta e Michele Monina) è stata la prima esperienza di Laurana Editore nella didattica della scrittura e dà ora i suoi frutti: ognuno dei 20 iscritti sta concludendo in questi giorni la revisione del suo primo libro.
Visto il successo e l’interesse sollevato, Laurana propone per il primo semestre 2012 un “Corso fondamentale di scrittura e narrazione”, a cura di Giulio Mozzi, con la partecipazione di Gabriele Dadati e di Massimo Cassani.

Cinque intensi fine settimana, 80 ore in aula e la possibilità di ideare, articolare e scrivere una storia originale a partire da un dossier giornalistico su un fatto di cronaca nera avvenuto a Milano nel 2001, a pochi metri dall’aula in cui si tiene il corso:

 

Il primo agosto 2001, in una stanza dell’Hotel Palace in Piazza della Repubblica a Milano, un uomo di più di cinquant’anni uccide la giovane donna di cui è innamorato, chiama il padre di lei al telefono, grida: “È tutto finito” e si spara alla tempia. Nella stanza vengono trovati un test di gravidanza positivo e un biglietto con sopra scritto: “Se tieni il bambino ti do un miliardo”, e la firma di lui.

 

Leggendo i documenti e facendo sopralluoghi diretti, i partecipanti scopriranno come si scrive una “storia vera” e impareranno ad affrontare i problemi classici della narrazione: la costruzione dello scenario e la costituzione delle relazioni tra i personaggi, la creazione di uno sviluppo che proceda fino allo scioglimento e la scelta dello stile da adottare, la consapevolezza di sé come autori e la coerenza rispetto al punto di vista.

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CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

 

La quarta di copertina de L’avversario (pubblicato sia in Francia che in Italia nel 2000) di Emmanuel Carrère contiene un testo scritto lui stesso, e dice così:
“Il 9 gennaio 1993, Jean-Claude Romand ha ucciso moglie, figli e genitori. Poi ha tentato, invano, di suicidarsi. L’indagine ha rivelato che non era un medico come aveva sempre sostenuto e, cosa ancor più difficile da credere, non era nient’altro. Mentiva da diciotto anni, ma la sua menzogna non copriva nulla. Quando stava per essere scoperto, ha preferito sopprimere tutte le persone di cui non avrebbe mai potuto reggere lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo.

Io sono entrato in contatto con lui, ho assistito al suo processo. Ho tentato di raccontare con precisione, giorno dopo giorno, questa vita di solitudine, d’impostura e d’assenza. Di immaginare cosa gli passava per la testa durante le lunghe ore vuote, senza progetti né testimoni, che avrebbe dovuto trascorrere al lavoro e invece passava nei parcheggi autostradali o nei boschi del Jura. Di capire che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi ha toccato così da vicino. E tocca, credo, ciascuno di noi”.

 

Carrère dice quasi la verità. Anzi, è tutto vero quello che dice, tranne il punto in cui sostiene di aver cercato di immaginare i pensieri di Romand nelle sue lunghe giornate di solitudine. Questo lo scrittore parigino non si permette di farlo, non osa mettere in testa e in cuore a qualcuno che esiste nel mondo pensieri e sentimenti immaginari. E fa bene. Perché sa che non è lecito inserire invenzione nelle vite degli altri, che ci vuole rispetto e cautela per coloro che sono o sono stati nel mondo.

Tuttavia, prima di scrivere L’avversario Carrère ha fatto un altro bellissimo libro, il breve romanzo La settimana bianca. Ecco la quarta scritta da Rosetta Loy:

 

“Una classe elementare che parte per la vacanza-scuola in uno chalet tra i boschi. Un bambino, Nicolas, timido e apprensivo, un padre particolarmente timoroso… Una sacca di indumenti dimenticata nel portabagagli. Sembra una storia esile che si snoda con leggerezza e garbo… ma già dalle prime pagine uno spiffero sottile di angoscia trasuda dai legni dello chalet, quella sacca dimenticata in un momento di fretta diventa, capitolo dopo capitolo, il sasso gettato nell’acqua intorno a cui si allargano cerchi sempre sempre più grandi di un’ansia cieca e impalpabile…

Fino a esplodere nella paura incontrollata di Nicolas. E inesorabilmente il dramma, il più atroce, è lì, negli angoli oscuri della notte quando tutti dormono, è in una vecchia R4 gialla dai sedili ingombri di cartoni e rotoli di corde, di guanti spaiati. In quel papà troppo apprensivo sparito con la sua automobile nel nulla bianco dell’inverno… E la soluzione arriva senza colpi di scena, senza alterare di una virgola il ritmo della scrittura: improvvisa, violenta e crudele come una frustata a sangue”.

 

È qui che davvero Carrère entra nella testa di un uomo “sparito con la sua automobile nel nulla bianco dell’inverno”, è qui che accampa quelle ipotesi sui pensieri e suoi sentimenti che albergano in colui che si perde nel nulla e sta solo con se stesso. Non lo fa utilizzando in maniera discutibile la vita vera di Romand, lo fa costruendo un’opera di finzione. Opera di finzione scritta tra il 1993 e il 1995, dopo aver conosciuto la vicenda di Romand e prima di incontrarlo, potendo così raccogliere la documentazione per L’avversario.

È bello che esistano questi due libri. Non solo perché sono libri eccellenti, da leggere e rileggere, pieni di intelligenza e bello stile. Ma anche perché pongono in maniera convincente la problematica etica relativa al racconto delle vite vere. È lecito inventare quando si raccontano vite vere? No, risponde Carrère, non si può. La letteratura serve proprio a questo, a inventare vite altre su cui fare ipotesi per capire quelle vere. Non per pasticciare con quelle vere a casaccio, infischiandosene che dall’altra parte ci siano “creature di sangue caldo e nervi”.

 

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CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

 

Ma insomma, dove sta di casa l’originalità? Com’è che si può scrivere un’opera letteraria che sia del tutto nuova e non ripeta un bel niente del passato?

Sono domande oziose, con risposte ovvie. La cosiddetta originalità non è possibile ottenerla, evitare di ripetere il passato è da escludersi. E allora? Allora, l’obiettivo di chi scrive deve essere farsi carico del passato (conoscendolo, amandolo e inglobandolo. Non tutto, eh, ma solo la parte che sente propria) e fargli fare un passettino in avanti grazie alle sue opere. Che saranno fatte per lo più di tradizione e avranno dentro un grammo di innovazione. Non è, la storia della letteratura, una cosa che preveda granché gli scatti in avanti.

Detto questo, particolarmente affascinante risultano quei casi in cui gli scrittori si fanno carico totalmente di una certa opera del passato (o di un certo personaggio, o di una certa storia) e il di più che aggiungono è l’aggiornamento nel loro stile, nella loro visione delle cose. È quel che capita nelle poche pagine de La Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini, disponibile oltre che nell’edizione ben fatta degli Oscar Mondadori anche in una nuova stampa, quella di Transeuropa Edizioni, molto bella dal punto di vista tipografico e inoltre arricchita da espansioni multimediali cui accedere on line. Si tratta di una riscrittura della Commedia di Dante in senso neocapitalistico, dove i peccatori sono quelli che l’autore vede attorno a sé ogni giorno: i conformisti, i volgari, i cinici, i deboli, gli ambigui, i paurosi, i piccoli benpensanti, i servili e così via. Peccatori che ancora vediamo attorno a noi (e peccatori che siamo noi stessi, a ben vedere). Vagheggiata una prima volta nel 1963 l’opera consta dei soli primi due canti (in prosa) e di frammenti del III, IV e VII, ovviamente tutti dell’Inferno, al momento della morte di Pasolini nel 1975. Davvero poco, stante la qualità di un testo che così comincia: “Intorno ai quarant’anni, mi accorsi di trovarmi in un momento molto oscuro della mia vita. Qualunque cosa facessi, nella ‘Selva’ della realtà del 1963, anno in cui ero giunto, assurdamente impreparato a quell’esclusione dalla vita degli altri che è la ripetizione della propria, c’era un senso di oscurità. Non direi di nausea, o di angoscia: anzi, in quella oscurità, per dire il vero, c’era qualcosa di terribilmente luminoso: la luce della vecchia verità, se vogliamo, quella davanti a cui non c’è più niente da dire”.

I di più multimediali dell’edizione Transeuropa (che si consiglia) sono il bellissimo documentario Pasolini, l’incontro con Davide Toffolo e i Tre Allegri Ragazzi Morti e un confronto – scritto e impaginato, da stampare e leggere – tra due studiosi pasoliniani appassionati e non supinamente concordi: Carla Benedetti e Antonio Tricomi.

 

 

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CATENE DI SMONTAGGIO di Gabriele Dadati

 

 

Tra le ossessioni letterarie che si possono avere, non è infrequente quella dovuta alla prosa del romanziere austriaco Thomas Bernhard. Tutti i suoi libri – a partire da Gelo, di cui si è scritto in tempi recenti – sono scritti in una maniera meticolosa che prevede che ogni frase ripeta in parte la precedente qualcosa tralasciando e qualcosa aggiungendo, e così di frase in frase si procede in maniera lenta e inesorabile fino all’ultima pagina. Se si entra in sintonia con una prosa del genere è la fine: tocca aprire la porta di casa e rassegnarsi a esserne invasi.

Bene, in Benhard convivevano lo scrittore ossessionante e l’uomo ossessivo. Lo si scopre bene leggendo Un anno con Thomas Bernhard. Il diario segreto (L’ancora del Mediterraneo, 2011) di Karl Ignaz Hennetmair, il resoconto quasi giorno per giorno dell’anno 1972, in cui Bernhard e Hennetmair furono amici e vicini. Quest’ultimo era l’agente immobiliare che nel 1965 aveva permesso allo scrittore di comprare casa e s’era poi preso, negli anni, il compito di vegliare su di lui: perché niente lo infastidisse, perché entrasse in contrasto col mondo il meno possibile. Del resto Bernhard aveva un carattere maniacale e una naturale scontrosità che gli rendevano difficile anche solo la vita quotidiana.

Leggendo il libro ci si rende conto di come debba essere stato difficile, per Hennetmair, scriverlo: lavoratore, padre di famiglia, con intere giornate a disposizione di Bernhard che lo porta con sé in lunghe passeggiate nel bosco e mangia più spesso a casa sua che nella propria. E in più, pronto ad accendersi d’ira, al solo sospetto che qualcuno potesse ritrarre la sua vita privata. Così Hennetmeir è costretto a mille sotterfugi per prendere appunti (a volte va in cucina a prendere un piatto per portarlo in tavola e si ferma un attimo in più per scribacchiare su fogli volanti; a volte è alla scrivania che trascrive documenti e deve mettere la moglie di sentinella, perché lo avvisi dell’improvviso arrivo di Bernhard; e così via) e davvero non si capisce, leggendo, come abbia fatto a scrivere così tanto. Forse di notte, rinunciando a dormire. Chissà.

Quello che resta è davvero notevole. Si scopre – ma lo si poteva immaginare – che le giornate di un grande scrittore sono spesso meno interessanti e varie di quelle di tutti gli altri uomini, che le sue ossessioni lo fanno vivere male, che le invidie lo mangiano ancorché acclamato. E così, mentre vediamo rimpicciolirsi sotto i nostri occhi il Bernhard uomo, sempre più vediamo giganteggiare l’artista.

 

 

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